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Dall’inchiesta Easy Money emerge il ruolo strategico delle banche per le mafie
Antimafia Duemila

Dall’inchiesta Easy Money emerge il ruolo strategico delle banche per le mafie

Antimafia DuemilaItaly2026declassified
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Fonte Proprietaria: Antimafia DuemilaItaly

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Reportage Completo

La recente maxi-indagine denominata “Easy money” portata avanti dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, tra le varie condotte criminose, ha svelato anche l’esistenza di una banca clandestina capace di movimentare tra gli oltre cento milioni di euro l’anno. Questo dato conferma che per una grande organizzazione criminale, come ad esempio la ‘Ndrangheta, una banca (o un intermediario finanziario) rappresenta uno snodo strategico decisivo: consente di ripulire miliardi di euro di origine illecita e, al contempo, di esercitare un ruolo di “prestatore di ultima istanza” sul territorio di pertinenza. Le inchieste della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Banca d’Italia evidenziano i percorsi utilizzati per penetrare negli assetti di un istituto bancario arrivando fino al cuore del consiglio di amministrazione sono molteplici.

Dall’inchiesta Easy Money emerge il ruolo strategico delle banche per le mafie

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Dall’inchiesta Easy Money emerge il ruolo strategico delle banche per le mafie

La recente maxi-indagine denominata “Easy money” portata avanti dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, tra le varie condotte criminose, ha svelato anche l’esistenza di una banca clandestina capace di movimentare tra gli oltre cento milioni di euro l’anno. Questo dato conferma che per una grande organizzazione criminale, come ad esempio la ‘Ndrangheta, una banca (o un intermediario finanziario) rappresenta uno snodo strategico decisivo: consente di ripulire miliardi di euro di origine illecita e, al contempo, di esercitare un ruolo di “prestatore di ultima istanza” sul territorio di pertinenza. Le inchieste della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e della Banca d’Italia evidenziano i percorsi utilizzati per penetrare negli assetti di un istituto bancario arrivando fino al cuore del consiglio di amministrazione sono molteplici.

In linea generale, le grandi banche nazionali risultano più difficili da infiltrare, grazie a presìdi più stringenti e a un’attività di vigilanza più capillare. Al contrario, le piccole banche di credito cooperativo e le casse rurali, radicate in un contesto locale, sono storicamente maggiormente esposte. La mafia non agisce mai dichiarandosi apertamente: si avvale di “colletti bianchi”, prestanome apparentemente insospettabili, scudi societari e trust di gestione patrimoniale con sede in giurisdizioni a fiscalità agevolata. Un metodo ricorrente consiste nell’acquisizione graduale di quote e pacchetti azionari, operando “a scalare” e restando sotto le soglie che attivano controlli automatici da parte delle autorità di vigilanza. Accumulando partecipazioni, gli uomini dei clan possono inserirsi nei consigli di amministrazione o nei collegi sindacali, con ruoli che garantiscono accesso alle decisioni e influenza operativa. In molti casi, l’obiettivo non è controllare l’intera banca, bensì intercettare e condizionare le figure chiave: si parla, infatti, di “infiltrazione dal basso”.

In concreto, la strategia prevede l’individuazione di direttori di filiale o addetti all’ufficio fidi vulnerabili, ad esempio per difficoltà economiche, debiti legati al gioco o una marcata propensione all’avidità. In alternativa, si ricorre a minacce e ricatti. Una volta “agganciato” il funzionario, gli si impongono due compiti essenziali: approvare finanziamenti a società riconducibili alla criminalità organizzata, destinati a non essere restituiti e quindi a drenare le risorse della banca; soprattutto, omettere o non segnalare operazioni finanziarie sospette, le cosiddette SOS, alla Banca d’Italia, lasciando operativo il flusso di riciclaggio. Le nuove mafie intensificano tali manovre soprattutto nei periodi di crisi economica, quando le banche legittime riducono l’offerta di prestiti alle imprese in difficoltà. Se un imprenditore locale è indebitato e non riesce più a onorare le scadenze, i clan intervengono proponendo liquidità immediata, presentata come una soluzione per “salvarlo”. In realtà, si tratta di una trappola usuraia: quando l’imprenditore non è in grado di restituire il debito mafioso, l’azienda è progressivamente acquisita o svuotata. Se la società disponeva di garanzie, fidi o di un rilevante potere contrattuale e partecipativo all’interno di una banca locale, la mafia eredita automaticamente quel posizionamento e l’influenza associata nell’istituto di credito.

Non di rado, inoltre, i clan decidono di costruire strutture proprie. Ottengono licenze per aprire agenzie di cambio, società di microcredito, istituti di pagamento e finanziarie. Queste realtà, spesso, sono avviate all’estero, in paesi con normative antiriciclaggio meno rigorose, e operano come vere e proprie “banche ombra”. Attraverso canali di corrispondenza bancaria internazionali, sono collegati ai circuiti delle grandi banche legali, con l’effetto di far transitare denaro illecito nel sistema finanziario globale, mascherandolo come flussi commerciali ordinari. Quando le mafie riescono a controllare un circuito di credito, non perseguono necessariamente il tradizionale profitto bancario. L’obiettivo principale è utilizzare l’istituto come una “lavatrice”: anche accettando perdite operative, puntano a convertire il denaro “nero” (proveniente da narcotraffico o estorsione) in denaro “legale”, giustificato da operazioni e scambi finanziari formalmente riconducibili a attività lecite. In questo contesto, la vigilanza della Banca d’Italia e l’introduzione di rigorosi modelli di machine learning da parte dell’UIF (Unità di Informazione Finanziaria) sono fondamentali per intercettare anomalie societarie e transazionali prima che i clan consolidino stabilmente la propria presenza nelle strutture decisionali.

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