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La criminalità colpisce anche la cooperazione sociale, che va difesa
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La criminalità colpisce anche la cooperazione sociale, che va difesa

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Reportage Completo

Intervista a Antonio Vesco, coordinatore e responsabile scientifico del progetto di ricerca LIES sui legami tra criminalità e Terzo settore

La criminalità colpisce anche la cooperazione sociale, che va difesa

La criminalità colpisce anche la cooperazione sociale, che va difesa

Intervista a Antonio Vesco, coordinatore e responsabile scientifico del progetto di ricerca di LIES sui legami tra criminalità e Terzo settore

Nel 2020 il LIES , Laboratorio dell’inchiesta economica e sociale, ha contattato Fondazione Finanza Etica per proporre il sostegno a una ricerca sul rapporto tra cooperazione sociale e criminalità, con l’analisi di casi studio in Veneto e in Campania.

Il tema dell’intreccio tra criminalità organizzata, enti del Terzo Settore e finanza è una questione centrale da molto tempo. Tuttavia, uno degli elementi interessanti e connotativi di questa ricerca, realizzata insieme al dipartimento di Scienze Sociali dell’università Federico II di Napoli, al dipartimento di Culture, Politica e Società dell’università di Torino e al Centro di Documentazione e d’Inchiesta sulla criminalità organizzata in Veneto è il taglio socio-antropologico. Sia per quanto riguarda i metodi (l’etnografia e l’osservazione diretta) sia per quanto riguarda le chiavi interpretative e teoriche adottate.

Ne parliamo con Antonio Vesco, coordinatore e responsabile scientifico del progetto di ricerca, insieme a Gianni Belloni.

Ci puoi spiegare le motivazioni che vi hanno portato a concentrare la vostra ricerca sul rapporto tra il fenomeno criminale – e non esclusivamente mafioso – e l’ambito del Terzo Settore?

Negli ultimi anni, questo rapporto è stato portato alla luce – e sovente enfatizzato – da alcuni casi giudiziari che hanno avuto una notevole eco mediatica. Su tutti, l’inchiesta “Mondo di mezzo” della Procura di Roma, poi battezzata dai media “Mafia Capitale”. Nonostante la notevole attenzione pubblica, fin qui la ricerca sociale si è interessata molto poco ai legami tra criminalità organizzata, corruzione ed economia sociale, oppure lo ha fatto “di striscio”, quando si è occupata delle più generali trasformazioni del terzo settore o dei problemi legati ad alcuni suoi specifici ambiti in cui poi si è manifestata anche la presenza di gruppi criminali, dalla gestione dei rifiuti alle diverse forme di assistenza.

Anche la nostra ricerca non è interessata alla criminalità in sé. Mira piuttosto a cogliere le fragilità di un mondo, quello della cooperazione sociale e dell’intero terzo settore, che negli ultimi decenni ha subìto profonde trasformazioni. Ci siamo chiesti allora quali caratteristiche dell’economia sociale possono favorire dinamiche illegali; quali varchi si sono aperti per l’operatività di gruppi criminali, mafiosi e non. Al tempo stesso, ci siamo posti un obiettivo delicato: quello di provare a individuare le dinamiche che contribuiscono alla criminalizzazione del non profit in una fase in cui alcuni suoi ambiti – come quello dell’accoglienza dei richiedenti asilo – producono un dibattito fortemente polarizzato.

Qual è l’elemento caratterizzante del taglio socio-antropologico della vostra ricerca ?

Il taglio socio-antropologico non riguarda in effetti soltanto le tecniche adottate o le fonti utilizzate: lo ritroviamo per lo più nello sguardo con cui abbiamo osservato questi fenomeni. I documenti che abbiamo analizzato, così come le persone che abbiamo incontrato e intervistato, non hanno rappresentato per noi semplici fonti di informazioni. Si tratta di fonti specifiche, che esprimono specifici punti di vista sul mondo. Tutti i nostri intervistati hanno un ruolo ben preciso nel mondo della cooperazione sociale e del terzo settore in genere, di questo dovevamo tenere conto. Inoltre, si è trattato di un lavoro che possiamo definire di ricerca-azione, attento al contributo e al parere delle persone che vivono e operano in questo settore.

Avete già presentato i dati alle realtà che avete coinvolto?

In occasione della restituzione dei primi risultati, presso la sede di Banca Etica a Padova, abbiamo coinvolto molte delle persone incontrate nel corso della ricerca. Ridiscutere insieme a loro i risultati ha avuto due principali funzioni, entrambe fondamentali per una ricera di questo tipo: in primo luogo, fornire loro conoscenze ulteriori sul loro stesso mondo e nuovi strumenti per l’azione. In secondo luogo, re-interrogare il nostro stesso sapere alla luce dei loro riscontri, così da tornare sui risultati acquisiti e metterli ancora una volta in discussione. È un dialogo in cui bisogna sempre tenere presente il proprio posizionamento e quello dei propri interlocutori: una caratteristica precipua della ricerca di taglio antropologico. Non consente di fornire risposte che si pretendono certe, ma favorisce una riflessione circostanziata e approfondita.

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La vostra ricerca ha scelto due territori rilevanti, il Veneto e la Campania. Territori che hanno pratiche molto diverse di fare cooperazione sociale, ma anche modi diversi di manifestazione di criminalità organizzata. Cosa emerge dalla vostra ricerca?

Per molti versi, la scelta di queste due aree per i nostri casi-studio dipende proprio dalle profonde differenze di contesto. Volevamo osservare da un lato le derive criminali di alcune realtà cooperative in questi due contesti; dall’altro le difficoltà incontrate da dirigenti e operatori di fronte a dinamiche che favoriscono queste derive. E abbiamo deciso di farlo in due aree significativamente diverse, perché diverse sono le storie e le tradizioni del volontariato e della cooperazione sociale in queste due regioni.

Ma sono diverse anche le conseguenti concezioni diffuse del sociale. È diverso il ruolo giocato dalla politica nella regolazione locale delle politiche sociali e nella loro concreta implementazione. È profondamente diverso, infine, il modo in cui il dibattito pubblico tende a concettualizzare le deviazioni illegali o criminali del sociale nelle due aree. Nel caso del Veneto ci si affida alla chiave di lettura dell’ipertrofica imprenditorialità locale, che colonizzerebbe anche l’economia sociale locale. Quando si guarda alla Campania, si fa invece più volentieri riferimento al fattore della commistione tra politica e camorra. Un intreccio considerato responsabile della degenerazione di alcuni circuiti cooperativi locali. La ricerca ci mostra che tutto questo è vero fino a un certo punto.

Vi sono anche elementi di continuità tra i due contesti che emergono dalle nostre analisi quantitative. Questi fattori ci hanno fornito risposte sui reati economici nel terzo settore e sulla relazione tra enti del terzo settore e sistema del credito. Uno di questi è la maggiore presenza di soggetti denunciati per reati economici gravi negli enti di relativamente grandi dimensioni, così come nelle cooperative di «successo». Un altro è la scarsità di reati direttamente riferibili a clan mafiosi, sostanzialmente non rilevati in Veneto e che perfino in Campania risultano svolgere un ruolo di mero supporto all’attività di politici e imprenditori sociali. Quest’ultimo dato smentisce l’idea diffusa secondo cui le mafie siano sempre al centro delle attività illegali/criminali. Anche in Campania, i soggetti che abbiamo raccontato sono spesso autosufficienti rispetto ai clan locali.

Sono dati che evidenziano una tendenza a livello nazionale?

Le due tendenze appena delineate credo possano essere riscontrate anche altrove. Sono invece certamente generalizzabili alcune analisi e alcune informazioni che abbiamo raccolto attraverso l’analisi qualitativa. Non parlo solo di fattori generali e ormai conclamati, come la chiara spoliticizzazione del Terzo settore e il crescente isomorfismo con dinamiche tipiche del mercato. O la perdita di una strategia che coincide anche con il cambiamento generazionale avvenuto nella dirigenza di molte cooperative. Penso anche a meccanismi molto concreti e ormai facilmente osservabili.

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