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“Le mafie al Nord non sono silenti”: l’allarme di Alessandra Dolci dopo la delibera del Csm
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“Le mafie al Nord non sono silenti”: l’allarme di Alessandra Dolci dopo la delibera del Csm

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“Le mafie al Nord non sono silenti”: l’allarme di Alessandra Dolci dopo la delibera del Csm

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“Le mafie al Nord non sono silenti”: l’allarme di Alessandra Dolci dopo la delibera del Csm

L'intervista della procuratrice di Venezia ai microfoni de Il Fatto Quotidiano

La decisione del Consiglio superiore della magistratura di includere Roma e Palermo tra le aree ad alta densità mafiosa, lasciando fuori Milano, ha suscitato perplessità e critiche. Tra queste quella di Alessandra Dolci , per oltre venticinque anni impegnata nelle indagini antimafia in Lombardia e oggi procuratrice della Repubblica di Venezia, che guarda con sorpresa a una scelta che, a suo avviso, non riflette la realtà della presenza mafiosa nel Nord Italia.

“ Sono stupita ”, afferma Dolci ai microfoni del Fatto , sottolineando come la delibera, pur riguardando il conferimento di incarichi direttivi e semidirettivi ai magistrati, finisca per trasmettere un messaggio riduttivo sul radicamento delle organizzazioni criminali nelle regioni settentrionali. “ È vero che la delibera riguarda il conferimento di incarichi direttivi/semidirettivi ai magistrati, ma sembra non riconoscere la pregnanza della presenza della criminalità mafiosa in alcune regioni del Nord. Sinceramente non colgo la differenza tra l’alta densità mafiosa del Lazio rispetto alla Lombardia, al Piemonte e all’Emilia. Dove le sentenze definitive per associazione mafiosa sono ormai numerosissime ”.

Secondo quanto emerso nel dibattito interno al Csm, il criterio adottato sarebbe quello di una presenza mafiosa visibile e territorialmente manifesta, come nel caso delle infiltrazioni camorristiche nel basso Lazio. Un’impostazione che Dolci ritiene ormai superata. “ È ancora il concetto di controllo militare del territorio. Non si tiene conto dell’evoluzione delle mafie. Al Nord si sconta l’imprinting dato, credo in una sentenza proprio milanese, del concetto di ‘mafia silente’. È un ossimoro. È sbagliato ”.

Per l’ex procuratrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano, la storia giudiziaria degli ultimi anni dimostra il contrario. “ Mi viene in mente l’operazione Infinito-Crimine del 2010. Era una mafia così silente che cinque iscritti nel registro degli indagati sono stati vittime di omicidio a indagini in corso. Senza contare i moltissimi episodi di intimidazione, di estorsione, consumati con metodi brutali. Penso al comasco, al varesotto, dove la cattiva fama di certi mafiosi, soprattutto ‘ndranghetisti, è talmente forte che non servono forme gravi di intimidazione. Basta la loro presenza per intimorire ”.

Le parole di Dolci arrivano in un momento particolarmente delicato. Negli stessi giorni in cui si discute della delibera del Csm, sono emerse le minacce rivolte ai magistrati Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane , pubblici ministeri del processo Hydra, l’inchiesta che ipotizza un’alleanza tra esponenti di ’ndrangheta, camorra e Cosa Nostra in Lombardia. Un elemento che, secondo Dolci, rende ancora più evidente la necessità di non sottovalutare il fenomeno mafioso nel Nord del Paese.

“ Minacce serie e gravi. Più che la delibera in sé, è il segnale non positivo per la lotta alla mafia che ha colpito. Come ha detto in aula la collega Cerreti, anche in Hydra sono stati ricostruiti gravi episodi di intimidazione. E l’indagine nasce da un omicidio ”.

La procuratrice richiama anche il tema della specializzazione nella magistratura, una questione che accompagna il dibattito giudiziario sin dai tempi di Giovanni Falcone . Pur comprendendo la necessità di evitare differenze tra magistrati di serie A e di serie B, Dolci evidenzia come oggi la conoscenza dei fenomeni mafiosi sia indispensabile anche in territori tradizionalmente percepiti come lontani dalle dinamiche criminali del Sud.

“ Immagino che non si vogliano creare magistrature di serie A e B. Ma i tempi sono cambiati. In Lombardia serve un’approfondita competenza sia in materia di reati economici, ma serve altrettanto una conoscenza del fenomeno mafioso. Perché ‘chi non sa non vede’. Ad esempio, ora nel territorio lombardo la presenza delle mafie si coglie nel mondo delle insolvenze. Mi riferisco al fenomeno delle cooperative in odore di mafia, che nascono per fallire e forniscono servizi a basso costo ad imprese grandi committenti ”.

L’esperienza maturata in Lombardia accompagna oggi il suo lavoro a Venezia, dove ha assunto da pochi mesi la guida della Procura. Anche in Veneto, osserva, le organizzazioni mafiose hanno dimostrato una capacità di radicamento significativa. “ In Veneto sono state fatte importanti indagini sul radicamento soprattutto della ‘ndrangheta nell’area veronese e della camorra nell’area veneziana. L’altroieri ho firmato una direttiva alle forze di polizia in materia di monitoraggio dei reati spia”.

Tra gli ostacoli incontrati negli ultimi anni nel contrasto alla criminalità organizzata, Dolci individua anche alcune modifiche normative che, a suo giudizio, hanno limitato l’efficacia delle indagini. In particolare, critica il divieto di utilizzare intercettazioni raccolte in un procedimento diverso da quello per cui erano state autorizzate. “ Il divieto di utilizzare le intercettazioni telefoniche in un procedimento diverso da quello per cui sono state disposte, salvo che per ipotesi di reato per cui è previsto l’arresto in flagranza. Per molti reati con l’aggravante di mafia le intercettazioni non sarebbero utilizzabili ”.

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