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Nigeria – Il caso ENI/OPL 245 - ReCommon
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Nigeria – Il caso ENI/OPL 245 - ReCommon

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Nota Legale

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Reportage Completo

Innescato anche grazie all’esposto presentato da ReCommon, nel marzo del 2018 è iniziato il processo a Eni, Shell, numerosi loro top manager.

Nigeria – Il caso ENI/OPL 245 - ReCommon

Nigeria – Il caso ENI/OPL 245

Lo scorso fine luglio, la Procura della Repubblica di Milano e il governo nigeriano hanno fatto appello alla sentenza di assoluzione con formula piena di tutti gli imputati della vicenda Opl 245 pronunciata dal settimo collegio del tribunale il 17 marzo 2021. Fra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, quindi, si celebrerà un processo d’appello sempre a Milano.

In attesa che anche i procedimenti in Nigeria e in Olanda seguano il loro corso, abbiamo provato a fare un po’ d’ordine sulla complessa vicenda di presunta corruzione che vedeva coinvolti l’Eni, il gigante petrolifero anglo-olandese Shell e loro top manager. Partendo dalla lontana genesi di questa storia, mettiamo in fila i fatti. è l’immenso blocco petrolifero acquisito nel 2011 dalle oil major Eni e Shell, una sorta di Eldorado offshore dell’oro nero.

Che cosa è l’OPL245

OPL245 è il più grande blocco petrolifero della Nigeria, situato nel Golfo di Guinea, a 150 chilometri al largo della costa. Consta di due campi petroliferi, Etan e Zabazaba, con riserve stimate e mai provate fino a 9 miliardi di barili di petrolio. Secondo la multinazionale anglo-olandese Shell le riserve accertate e i gas condensati associati ammontano a meno di un miliardo di barili equivalenti, ma l’esplorazione dei due campi non è stata ancora completata.

Una licenza contesa

La licenza è stata assegnata per la prima volta – senza alcuna gara – il 29 aprile 1998 dall’allora ministro del Petrolio nigeriano, Dan Etete, esponente della giunta militare del colonnello Sani Abacha, alla società locale Malabu Oil and Gas, costituita cinque giorni prima dell’aggiudicazione. Il governo nigeriano all’epoca aveva una politica per sostenere la crescita del settore petrolifero locale non lasciando tutte le operazioni solo alle grandi oil major straniere. Nella Malabu figuravano lo stesso ministro e uno dei figli del dittatore. Morto Abacha quello stesso anno, Etete cerca di coinvolgere la Shell come partner tecnico nell’operazione. Nel 2002, alla Malabu, però, viene ritirata la licenza dal governo Obasanjo e assegnata tramite una gara alla Shell, che nel 2003 versa un bonus di firma di 210 milioni di dollari e investe alcune centinaia di milioni di dollari nell’esplorazione del blocco.

OPL 245 viene visto come altamente strategico per spostare le operazioni fuori dal Delta del Niger segnato da conflitti sociali, rischi per la sicurezza e ricavi calanti dai pozzi in sfruttamento. Dopo numerosi casi legali intentati da Etete nelle corti nigeriane, nel 2006 il ministro della Giustizia Bayo Ojo riassegna il blocco alla Malabu. In risposta, nel 2007 la Shell muove un arbitrato internazionale contro la Nigeria all’International Centre for Settlement of Investment Disputes della Banca mondiale per fare pressioni con la richiesta di danni miliardari e cercare così di riottenere la licenza contesa. Sempre nel 2007, in Francia, Etete viene condannato per riciclaggio dei proventi della tangente dell’affare Bonny Island sempre in Nigeria, ma non molla e si mette alla ricerca di un nuovo compratore. Così contatta anche l’Eni.

Come entra in gioco l’Eni

I rapporti con il cane a sei zampe si stringono alla fine del 2009, quando Eni comunica il suo interesse a trattare. Nel febbraio 2010 la società stringe un accordo di esclusività e confidenzialità con il mediatore nigeriano Emeka Obi, che afferma di rappresentare la Malabu. Nel giugno 2010, non viene accettata una prima offerta per il 40% della licenza. Nel frattempo, il presidente Nigeriano Yar’Adua muore e il suo vice, Goodluck Jonathan, prende la guida del Paese. Il nuovo ministro del Petrolio, Diezani Madueke, conferma alla Malabu il controllo del 100% della licenza. A fine ottobre 2010, Eni, che si coordina con Shell, intavola una nuova offerta per l’intero blocco, che però fallisce. A quel punto nel negoziato subentra il nuovo ministro della Giustizia Adoke Bello, estromettendo i presunti intermediari che avevano agito nella trattativa diretta. Viene così elaborato uno schema tripartito con cui le società pagheranno il governo, che poi salderà la Malabu di Etete, mentre Shell ritirerà l’arbitrato internazionale. Alla fine del 2010. il figlio di Abacha si rifà vivo e muove una causa legale contro Etete che lo aveva estromesso da tempo. Nonostante le obiezioni mosse da alcune agenzie tecniche del governo, l’accordo viene raggiunto il 29 aprile 2011 sul prezzo di 1,3 miliardi di dollari, incluso il bonus di firma già pagato da Shell. Eni sborsa quasi un miliardo di dollari. Shell la cifra rimanente.

Nel maggio 2021, il governo della Nigeria non ha autorizzato lo sfruttamento della licenza petrolifera OPL 245 a seguito della decadenza dei diritti e del permanere di processi penali in corso in Italia e in Nigeria per stabilire se l’intera operazione è stata macchiata da corruzione. Per la precisione, la licenza per il blocco è scaduta l’11 maggio 2021, dieci anni dopo che Eni e Shell l’avevano acquistata. La conferma è arrivata dalla stessa Eni, che ha risposto a una domanda posta da ReCommon in occasione dell’assemblea degli azionisti della multinazionale del 2021.

OPL 245 è stato registrato come uno degli asset iscritti al bilancio del 2020 della stessa Eni, ma la società riconosce che potrebbe essere necessario rivalutare la sua posizione il prossimo anno. La Shell ha svalutato il 50% dell’asset in suo possesso già nel suo bilancio del 2020.

Nel 2018, l’Eni aveva richiesto all’esecutivo di Abuja di convertire i diritti esplorativi in una nuova licenza mineraria per iniziare l’estrazione del greggio. il presidente Muhammadu Buhari aveva respinto la richiesta e dichiarato che nessuna ulteriore corrispondenza sarebbe stata considerata fino a quando i procedimenti giudiziari penali e civili a Milano e Londra relativi all’affare del 2011 non fossero stati conclusi.

Una vicenda giudiziaria nata per caso

Subito dopo la firma dell’accordo nell’aprile 2011, il mediatore russo Ednan Agaev si rivolge a un tribunale di New York per richiedere il pagamento di 65 milioni di dollari di commissione dalla Malabu per l’intermediazione svolta. Il giudice lo rimanda alla Corte di Londra, ma la citazione viene pubblicata. Quindi anche il mediatore nigeriano Emeka Obi a Londra fa causa alla Malabu chiedendo ben 215 milioni di dollari, che un giudice congela sul conto fiduciario del governo nigeriano alla JPMorgan di Londra, dove Eni aveva versato 1,1 miliardi di dollari. Dopo due tentativi falliti di spostare i soldi pagati per la licenza in Svizzera e poi in Libano su un conto di una società diversa dalla Malabu, ma collegata al console italiano in Nigeria Gianfranco Falcioni, alla fine 801 milioni di dollari ancora liberi sono trasferiti alla Malabu in Nigeria.

Alla fine del 2012, si svolge la causa tra la Energy Venture Partners di Obi e la Malabu di Etete e i verbali del processo vengono resi noti. Nel 2013, ReCommon e alcuni suoi partner inglesi presentano un esposto alla Procura di Milano, alla Metropolitan Police di Londra, al dipartimento di Giustizia e alla Security and Exchange Commission negli Usa. Da questi esposti partono varie indagini. Obi vince la causa in via definitiva e sorprendentemente gli vengono assegnati 110 milioni di dollari di commissione, denaro che sposta subito in Svizzera. Nel 2014, la Procura di Milano riesce a sequestrare la rimanenza sul conto di Londra e anche i soldi in Svizzera. Le indagini vanno avanti e l’FBI riesce a tracciare tutti gli spostamenti di denaro in dollari. Nel 2015, le autorità inglesi chiudono il caso, ma in Nigeria cambia il governo e così parte una valida cooperazione con l’Italia sul caso. Sono tracciati tutti gli spostamenti degli 801 milioni di dollari arrivati nel Paese: più di mezzo miliardo era finito alle società dell’imprenditore Aliyu Abubakar, vicino al governo Jonathan. Il resto ad Etete, che si lancia in spese smodate e salda debiti passati. Nel 2015, sempre da un esposto di ReCommon e dei suoi partner, nasce un’inchiesta su Shell e i suoi manager anche in Olanda. Nel febbraio del 2016, un raid congiunto della polizia olandese e della guardia di finanza italiana nella sede centrale della società all’Aja porta al sequestro di numerose prove. Allo stesso tempo il governo nigeriano muove un’azione civile di asset recovery contro la Malabu a Londra e riesce a farsi assegnare gli 85 milioni di dollari sequestrati. Nel 2017 Adoke Bello fa causa contro il nuovo ministro della giustizia per fermare l’indagine penale in Nigeria, che però continua. Nel dicembre del 2017 si materializza il rinvio a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale da parte della Procura della Repubblica di Milano. Corruzione internazionale è una tipologia di reato diverso da corruzione “domestica”, in quanto emana dal dettato della Convenzione OCSE contro la corruzione di pubblici ufficiali stranieri, recepito nel nostro codice penale.

Il processo

Nel dicembre 2017, il giudice Giuseppina Barbara del Tribunale di Milano ha firmato il decreto di rinvio a giudizio per Eni e Shell, per la loro responsabilità penale amministrativa, per 5 manager di Eni – Paolo Scaroni, ad di Eni ai tempi del reato contestato, Claudio Descalzi, oggi ad di Eni, allora numero due, Roberto Casula numero tre di Eni, Vincenzo Armanna, project leader per l’OPL245, e Ciro Pagano, capo della controllata Nigeria NAE – 4 manager di Shell – Malcolm Brinded, allora numero due della società, Peter Robinson, manager per la Nigeria, John Copleston e Guy Colegate – l’ex ministro del petrolio della Nigeria Dan Etete, gli intermediari Luigi Bisignani, già condannato in Mani Pulite e per l’inchiesta P4, Gianfranco Falcioni, console onorario italiano a Port Harcourt in Nigeria, e Ednan Agaev, ex ambasciatore russo in Colombia.

Riguardo ai politici nigeriani in carica ai tempi del reato contestato e che avrebbero beneficiato dalla presunta tangente, secondo la Convenzione OCSE i presunti pubblici ufficiali corrotti non possono essere perseguiti in Italia, ma soltanto i presunti corruttori. Allo stesso tempo l’ex ministro della Giustizia Adobe Bello è a processo in Nigeria con accuse di corruzione, frode e riciclaggio, insieme ad alcuni manager delle controllate locali di Eni e Shell, l’ex ministro del Petrolio Dan Etete e l’intermediario Aliyu Abubakar, nella vulgata popolare noto come Mr. Corruption.

L’accusa

I pubblici ministeri Fabio de Pasquale e Sergio Spadaro hanno focalizzato la loro attenzione sulla mole poderosa di comunicazioni interne sequestrate nel corso di varie perquisizioni o rese disponibili dalle stesse società, nonché sulla documentazione acquisita dagli Usa, dal Regno Unito, dalla Svizzera e dalla Nigeria con numerose rogatorie internazionali. Tali documenti proverebbero, secondo la pubblica accusa, il concorso tra tutti gli imputati nel raggiungere un accordo corruttivo, suggellato con un incontro ad alto livello ad Abuja alla metà del novembre 2010 e poi attuato per l’acquisizione della licenza OPL245 a fronte del pagamento della presunta maxi-tangente di 1 miliardo e 100 milioni di dollari.

Le prove acquisite dimostrerebbero che i manager e le strutture interne preposte delle due società erano ben consapevoli che dietro la Malabu ci fosse Dan Etete, come segnalato anche dalla due diligence esterna, con il quale, poiché già condannato, era problematico procedere con un’acquisizione diretta. Inoltre, i pubblici ministeri hanno interpretato molte comunicazioni interne e rapporti di incontri come un chiaro segno che Obi ed Agaev erano rispettivamente intermediari di Eni e Shell, più che della Malabu di Etete. Secondo l’accusa, l’idea di uno schema che vede il governo Jonathan come intermediario nasce da Shell e quindi trova nel ministro Adoke Bello un perno della sua attuazione. Questi ad inizio del 2011 si riesce ad imporre sulle agenzie tecniche del governo che avevano sollevato la loro opposizione alle condizioni contrattuali estremamente favorevoli e senza precedenti concesse alle società straniere. Così come per l’accusa nei numerosi incontri negoziali i rappresentanti della Malabu in realtà erano i collegamenti strutturali con il governo (Aliyu Abubakar) e con le due società (Femi Akinmade e ABC Orjiako). La pubblica accusa è stata in grado di tracciare il flusso di denaro pagato fino in Nigeria e la conversione da dollari a naira nigeriani tramite diversi uffici di cambio. L’accusa ha mostrato come 10 milioni di dollari sono finiti a Bayo Ojo, che nel 2006 reintestò la licenza alla Malabu di Etete togliendola a Shell, e come Aliyu Abubakar avesse ripagato il mutuo concesso ad Adoke per comprare una casa a metà del suo valore reale tramite una società immobiliare dello stesso Abubakar. Inoltre la pubblica accusa ha portato prove che mostrano come circa 12 milioni di dollari gestiti da Aliyu Abubakar fossero stati trasferiti al senatore nigeriano John Obiorah.

In sintesi per la pubblica accusa il blocco petrolifero Opl245 valeva più del miliardo e cento milioni pagati, ma soprattutto era stato acquisito con condizioni contrattuali estremamente vantaggiose, criticate dalle stesse agenzie tecniche del governo nigeriano, ma non ascoltate dal vertice politico. E questo sarebbe stato il beneficio ottenuto dalle società con il pagamento della presunta tangente.

Per questo motivo è stato richiesto il massimo della pena per Dan Etete – 10 anni di reclusione – e 8 anni per Scaroni, Descalzi e Brinded e via via a scalare per gli altri manager ed intermediari, nonché la confisca di un miliardo e 100 milioni di dollari alle società ed il pagamento di una sanzione pari ad altrettanti un miliardo e 100 milioni.

La parte civile

In Nigeria dal 2015 è in carica l’amministrazione guidata dal Presidente Muhammadu Buhari, eletto con grande consenso popolare con una campagna elettorale centrata sulla lotta alla corruzione. Da allora il governo della Nigeria e le autorità inquirenti locali, a partire dalla procura nazionale anti-corruzione Economic and Financial Crime Commission, hanno collaborato con la Procura di Milano. All’inizio del processo, nel marzo 2018, la Nigeria in qualità di parte offesa ha richiesto con successo di essere riconosciuta come parte civile al procedimento e citato subito anche i responsabili civili di Eni e Shell. L’intervento della Nigeria nel procedimento di Milano costituisce un precedente importante per un Paese in via di sviluppo.

Nelle sue conclusioni, l’avvocato Lucio Lucia, in rappresentanza della Nigeria, aveva chiesto una provisionale di 1,1 miliardi di danni, riservandosi in caso di condanna definitiva di adire ad un giudice civile per la piena richiesta di danni, che secondo i consulenti tecnici intervenuti nel processo potrebbero ammontare a 3,5 miliardi di dollari. Dalle carte processuali emerge che la stessa Shell abbia dato una valutazione del blocco pari a 3,2 miliardi di dollari, seppure il prezzo pagato fosse stato di molto inferiore visti i rischi collegati al suo sfruttamento.

Allo stesso tempo la Nigeria ha mosso diverse cause civili di asset recovery per recuperare il miliardo e 100 milioni non finito nelle casse dello Stato. Prima è riuscita a farsi assegnare da un giudice inglese gli 85 milioni di dollari sequestrati dalla Procura di Milano a Londra. Quindi ha citato la banca JPMorgan per danni di 875 milioni di dollari. Il caso è stato accettato dall’Alta Corte di Londra e si svolgerà a fine 2021. Infine, sempre alla Corte di Londra, la richiesta di danni per un miliardo e cento milioni ad Eni e Shell non è stata accettata perché è già in corso il procedimento a Milano con una richiesta risarcitoria analoga.

La difesa

Per le difese la linea seguita dalla pubblica accusa è solamente un teorema che non trova riscontro nelle prove emerse in dibattimento. L’OPL245 era un asset conteso da più di un decennio e tutte le parti coinvolte si rendevano conto che era necessario trovare un accordo per il beneficio di tutti, al fine di cancellare tutte le pendenze giudiziarie e permetterne lo sfruttamento. Per Eni la due diligence interna sull’affare è stata molta attenta a valutare tutti i dubbi che circondavano la Malabu di Dan Etete. Inoltre le prime offerte erano state condizionate. Ma soprattutto, Obi era l’intermediario di Etete e anche se gli era stato dato molto credito, non aveva nulla a che fare con Eni.

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