Attività armate nel territorio del Congo (Repubblica Democratica del Congo c. Uganda)
Attività armate nel territorio del Congo (Repubblica Democratica del Congo c. Uganda)
PANORAMICA DEL CASO
Il 23 giugno 1999, la Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha depositato nella cancelleria della Corte dei ricorsi instaurando un procedimento contro Burundi, Uganda e Ruanda “per atti di aggressione armata commessi... in flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite e della Carta dell'Organizzazione dell'Unità Africana”. Oltre alla cessazione dei presunti atti, la RDC ha chiesto il risarcimento per atti di distruzione e saccheggio intenzionali e la restituzione della proprietà nazionale e delle risorse stanziate a beneficio dei rispettivi Stati convenuti. Nei ricorsi introduttivi contro il Burundi e il Ruanda, la RDC ha fatto riferimento, come fondamento della giurisdizione della Corte, all'articolo 36, paragrafo 1, dello Statuto, alla Convenzione di New York del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, alla Convenzione di Montreal del 23 settembre 1971 per la repressione di atti illeciti contro la sicurezza dell'aviazione civile e, infine, all'articolo 38, comma 5, del Regolamento della Corte. Tuttavia, il Governo della RDC ha informato la Corte il 15 gennaio 2001 che intendeva archiviare i procedimenti avviati contro Burundi e Ruanda, precisando che si riservava il diritto di invocare successivamente nuovi motivi di giurisdizione della Corte. I due casi sono stati pertanto cancellati dall'Elenco il 30 gennaio 2001.
Nel caso relativo alle attività armate nel territorio del Congo (Repubblica Democratica del Congo c. Uganda), la RDC ha fondato la giurisdizione della Corte sulle dichiarazioni di accettazione della giurisdizione obbligatoria della Corte fatte dai due Stati. Il 19 giugno 2000, la RDC ha presentato una richiesta per l'indicazione di misure provvisorie per porre fine a tutte le attività militari e alle violazioni dei diritti umani e della sovranità della RDC da parte dell'Uganda. Il 1° luglio 2000, la Corte ha ordinato a ciascuna delle due Parti di prevenire e astenersi da qualsiasi azione armata che possa pregiudicare i diritti dell'altra Parte o aggravare la controversia, di adottare tutte le misure necessarie per rispettare tutti i loro obblighi ai sensi del diritto internazionale e anche di garantire il pieno rispetto dei diritti umani fondamentali e delle disposizioni applicabili del diritto umanitario.
L'Uganda ha successivamente presentato un contro-memoriale contenente tre domande riconvenzionali. Con ordinanza del 29 novembre 2001, la Corte ha ritenuto che due delle domande riconvenzionali (atti di aggressione presumibilmente commessi dalla RDC contro l'Uganda e attacchi contro sedi diplomatiche e personale ugandese a Kinshasa e contro cittadini ugandesi di cui la RDC sarebbe responsabile) erano ammissibili in quanto tali e formavano parte del procedimento.
A seguito del procedimento orale dell'aprile 2005, la Corte ha emesso la sentenza nel merito il 19 dicembre 2005. La Corte ha inizialmente affrontato la questione dell'invasione della RDC da parte dell'Uganda. Dopo aver esaminato la documentazione presentatale dalle parti, la Corte ha ritenuto che dall’agosto 1998 la RDC non aveva acconsentito alla presenza di truppe ugandesi sul suo territorio (salvo la limitata eccezione riguardante la regione di confine dei Monti Ruwenzori contenuta nell’Accordo di Luanda). La Corte ha inoltre respinto l’affermazione dell’Uganda secondo cui l’uso della forza, laddove non coperto dal consenso, costituiva un esercizio di legittima difesa, ritenendo che non esistessero i presupposti per l’autodifesa. In effetti, l’intervento militare illegale dell’Uganda è stato di tale portata e durata che la Corte lo ha considerato una grave violazione del divieto di uso della forza espresso nell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite.
La Corte ha inoltre ritenuto che, fornendo attivamente sostegno militare, logistico, economico e finanziario alle forze irregolari operanti nel territorio della RDC, la Repubblica dell’Uganda aveva violato il principio di non uso della forza nelle relazioni internazionali e il principio di non intervento.
La Corte è poi passata alla questione dell'occupazione e delle violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario. Avendo concluso che l’Uganda era la potenza occupante nell’Ituri all’epoca dei fatti, la Corte ha dichiarato che, in quanto tale, aveva l’obbligo, ai sensi dell’articolo 43 dei Regolamenti dell’Aja del 1907, di adottare tutte le misure in suo potere per ripristinare e garantire, per quanto possibile, l’ordine pubblico e la sicurezza nella zona occupata, rispettando, salvo impedimento assoluto, le leggi in vigore nella RDC. Ciò non era stato fatto. La Corte ha inoltre ritenuto di disporre di prove credibili sufficienti per concludere che le truppe dell’UPDF (Forze di difesa del popolo dell’Uganda) avevano commesso violazioni del diritto internazionale umanitario e del diritto dei diritti umani. Si è riscontrato che queste violazioni erano attribuibili all’Uganda.
La terza questione che la Corte è stata chiamata ad esaminare riguardava il presunto sfruttamento delle risorse naturali congolesi da parte dell'Uganda. A questo proposito, la Corte ha ritenuto di disporre di prove credibili e convincenti per concludere che ufficiali e soldati dell’UPDF, compresi gli ufficiali di più alto grado, erano stati coinvolti nel saccheggio, nel saccheggio e nello sfruttamento delle risorse naturali della RDC e che le autorità militari non avevano adottato alcuna misura per porre fine a tali atti. L'Uganda era responsabile sia della condotta dell'UPDF nel suo complesso sia della condotta di singoli soldati e ufficiali dell'UPDF nella RDC. Ciò è avvenuto anche quando ufficiali e soldati dell'UPDF avevano agito contrariamente alle istruzioni impartite o avevano oltrepassato la loro autorità. La Corte ha ritenuto, invece, di non disporre di prove credibili per dimostrare che esistesse una politica governativa da parte dell’Uganda diretta allo sfruttamento delle risorse naturali della RDC o che l’intervento militare dell’Uganda fosse stato effettuato per ottenere l’accesso alle risorse congolesi.
Per quanto riguarda la prima domanda riconvenzionale dell’Uganda (vedi sopra relativa all’ordinanza del 29 novembre 2011), la Corte ha ritenuto che l’Uganda non aveva prodotto prove sufficienti per dimostrare che la RDC avesse fornito sostegno politico e militare ai gruppi ribelli anti-ugandesi che operavano nel suo territorio, o anche per dimostrare che la RDC aveva violato il suo dovere di vigilanza tollerando i ribelli anti-ugandesi sul suo territorio. La Corte ha quindi respinto integralmente la prima domanda riconvenzionale avanzata dall'Uganda.
Per quanto riguarda la seconda domanda riconvenzionale dell'Uganda (vedi sopra relativa all'ordinanza del 29 novembre 2011), la Corte ha innanzitutto dichiarato irricevibile la parte di tale domanda relativa al presunto maltrattamento di cittadini ugandesi non titolari di status diplomatico all'aeroporto internazionale di Ndjili. Per quanto riguarda la fondatezza della denuncia, ha ritenuto, invece, che vi fossero prove sufficienti per dimostrare che vi fossero stati attacchi contro l'ambasciata e atti di maltrattamento contro diplomatici ugandesi all'aeroporto internazionale di Ndjili. Di conseguenza, ha ritenuto che la RDC avesse violato i suoi obblighi ai sensi della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Anche la rimozione dei beni e degli archivi dell'ambasciata ugandese ha violato le norme del diritto internazionale sulle relazioni diplomatiche.
La Corte ha osservato nella sua sentenza che la natura, la forma e l'importo del risarcimento dovuto da ciascuna parte erano stati riservati e sarebbero stati sottoposti alla Corte solo nel caso in cui le parti non fossero riuscite a raggiungere un accordo sulla base della sentenza appena resa dalla Corte. Successivamente alla pronuncia della Sentenza, le Parti hanno regolarmente informato la Corte sullo stato di avanzamento dei negoziati.
Il 13 maggio 2015, constatando che i negoziati con l’Uganda su tale questione erano falliti, la RDC ha chiesto alla Corte di determinare l’importo del risarcimento dovuto dall’Uganda. Mentre l'Uganda riteneva prematura tale richiesta, la Corte, con ordinanza del 1° luglio 2015, osservava che, nonostante le Parti avessero tentato di risolvere direttamente la questione, evidentemente non erano riuscite a raggiungere un accordo. Le Parti hanno successivamente depositato memorie scritte sulla questione delle riparazioni.
Con ordinanza dell'8 settembre 2020, la Corte ha deciso di richiedere una perizia, ai sensi dell'articolo 67, paragrafo 1, del suo Regolamento, su alcuni capi di danno lamentati dalla RDC, vale a dire la perdita di vite umane, la perdita di risorse naturali e danni materiali. Con ordinanza del 12 ottobre 2020, la Corte ha nominato a tal fine quattro esperti indipendenti, che hanno presentato una relazione sulle riparazioni il 19 dicembre 2020.
Dopo aver tenuto un procedimento orale nell'aprile 2021, la Corte ha emesso la sua sentenza sulla questione delle riparazioni il 9 febbraio 2022, assegnando 225.000.000 di dollari per danni alle persone, 40.000.000 di dollari per danni alla proprietà e 60.000.000 di dollari per danni legati alle risorse naturali. Ha deciso che l'importo totale dovuto dovrebbe essere pagato in cinque rate annuali di 65.000.000 di dollari USA a partire dal 1° settembre 2022 e che, in caso di ritardo nel pagamento, su qualsiasi importo scaduto maturerebbero interessi post-sentenza del 6% a partire dal giorno successivo a quello in cui era dovuta la rata.
Istituzione del procedimento
Opinione dissenziente del giudice ad hoc Daudet
