Questioni relative all’obbligo di perseguire o di estradare (Belgio c. Senegal)
Questioni relative all’obbligo di perseguire o di estradare (Belgio c. Senegal)
PANORAMICA DEL CASO
Il 19 febbraio 2009, il Belgio ha presentato un ricorso avviando un procedimento contro il Senegal in relazione al sig. Hissène Habré, ex presidente del Ciad e residente in Senegal dopo aver ottenuto asilo politico dal governo senegalese nel 1990. In particolare, il Belgio ha sostenuto che, non avendo perseguito il sig. Habré per alcuni atti che avrebbe commesso durante la sua presidenza, compresi atti di tortura e crimini contro l'umanità, o non avendolo estradato in Belgio, il Senegal aveva ha violato il cosiddetto obbligo aut dedere aut judicare (vale a dire “perseguire o estradare”) previsto dall’articolo 7 della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti e dal diritto internazionale consuetudinario.
Lo stesso giorno, il Belgio ha depositato una richiesta di indicazione di misure provvisorie, chiedendo alla Corte di ordinare che “il Senegal adotti tutte le misure in suo potere per mantenere il sig. H. Habré sotto il controllo e la sorveglianza delle autorità giudiziarie del Senegal affinché le norme di diritto internazionale di cui il Belgio chiede il rispetto possano essere correttamente applicate”.
Nella sua ordinanza del 28 maggio 2009, facendo riferimento alle assicurazioni fornite dal Senegal durante la procedura orale che non avrebbe permesso al sig. Habré di lasciare il suo territorio mentre la causa era pendente, la Corte ha concluso che non esisteva alcun rischio di pregiudizio irreparabile ai diritti rivendicati dal Belgio e che non esisteva alcuna urgenza per giustificare l'indicazione di misure provvisorie.
Nella sentenza del 20 luglio 2012, la Corte ha iniziato esaminando le questioni sollevate dal Senegal relative alla sua giurisdizione e alla ricevibilità delle domande del Belgio. Ha ritenuto di essere competente a conoscere le pretese del Belgio basate sull’interpretazione e sull’applicazione dell’articolo 6, paragrafo 2, e dell’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione contro la tortura. La Corte ha inoltre stabilito di non avere giurisdizione per esaminare la questione se esistesse un obbligo per uno Stato di perseguire crimini di diritto internazionale consuetudinario presumibilmente commessi da un cittadino straniero all’estero.
Per quanto riguarda l’ammissibilità delle pretese del Belgio, la Corte ha statuito che, una volta che uno Stato parte della Convenzione contro la tortura poteva invocare la responsabilità di un altro Stato parte al fine di accertare l’asserito inadempimento dei suoi obblighi erga omnes partes, cioè obblighi dovuti nei confronti di tutti gli Stati parti, il Belgio, in quanto parte di detta Convenzione, era legittimato a invocare la responsabilità del Senegal per le presunte violazioni dei suoi obblighi ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 2, e dell’articolo 7, paragrafo 1, di detta Convenzione. La Corte ha quindi ritenuto ricevibili le pretese del Belgio fondate su tali disposizioni.
Per quanto riguarda la presunta violazione dell’articolo 6, paragrafo 2, della Convenzione contro la tortura, che prevede che uno Stato parte nel cui territorio si trova una persona sospettata di aver commesso atti di tortura deve “effettuare immediatamente un’indagine preliminare sui fatti”, la Corte ha osservato che il Senegal non aveva incluso nel fascicolo del caso alcun materiale che dimostrasse di aver effettuato tale indagine. Nel caso di specie, l'accertamento dei fatti era diventato imperativo almeno a partire dall'anno 2000, quando in Senegal fu presentata una denuncia contro il sig. Habré. Né era stata avviata un'indagine nel 2008, quando a Dakar fu presentata un'ulteriore denuncia contro il signor Habré, dopo le modifiche legislative e costituzionali apportate rispettivamente nel 2007 e nel 2008. Da quanto precede la Corte ha concluso che il Senegal aveva violato l’obbligo derivante dalla suddetta disposizione.
Per quanto riguarda la presunta violazione dell'articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione contro la tortura, la Corte ha innanzitutto esaminato la natura e il significato dell'obbligo previsto da tale disposizione.
Da quanto precede ha concluso che l’obbligo di azione penale del Senegal ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione non si applica agli atti ritenuti commessi prima dell’entrata in vigore della Convenzione per il Senegal il 26 giugno 1987, sebbene nulla in tale strumento impedisse di avviare procedimenti riguardanti atti commessi prima di tale data. La Corte ha constatato che il Belgio, da parte sua, aveva il diritto, a partire dal 25 luglio 1999, data in cui è diventato parte della Convenzione, di chiedere alla Corte di pronunciarsi sull’adempimento da parte del Senegal degli obblighi derivanti dall’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione.
Infine, la Corte ha esaminato la questione dell'attuazione dell'obbligo di perseguire. Ha concluso che l’obbligo previsto dall’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione imponeva al Senegal di adottare tutte le misure necessarie per la sua attuazione quanto prima possibile, in particolare dopo la prima denuncia contro il sig. Habré nel 2000. Non avendolo fatto, il Senegal aveva violato e continuava a violare i suoi obblighi ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, della Convenzione.
La Corte ha ritenuto che, non adempiendo agli obblighi derivanti dagli articoli 6, paragrafo 2, e 7, paragrafo 1, della Convenzione, il Senegal si è assunto la propria responsabilità internazionale. Pertanto, era necessario porre fine a tale atto illecito continuato e adottare, senza ulteriore ritardo, le misure necessarie per sottoporre il caso alle sue autorità competenti ai fini del procedimento giudiziario, se non avesse estradato il sig. Habré.
